Non esitare, fai quel passo avanti!

Riflessioni di tutti i giorni su quei fatti della vita che ci sembrano difficili solo perché non sappiamo come affrontarli.

Eccomi

Utente: varcaLaSoglia
Sono un INTP (se non sai che cosa significa, non chiedermelo; se lo sai, meglio); appassionato di musica (soprattutto classica e operistica), mi piace leggere e scrivere. La mia età anagrafica è 55 anni. Quella mentale e psicologica... mah, lascerò giudicare agli altri.

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martedì, 18 agosto 2009
Non è mai troppo tardi.

Quando ero piccolo, mia madre (toscana) e mio padre (trentino) decisero che parlare dialetto in casa non era cosa, e quindi fin da piccolo fui abituato a parlare italiano. A scuola non feci molta fatica a parlare e scrivere correttamente, al contrario di tanti miei compagni che, invece, a casa parlavano solo dialetto (bolzanino). Per anni mi sono ritenuto fortunato. Ora invece - e lo comunico ufficialmente ai miei affezionati cinque lettori - mi sento in difetto, in grave difetto: sarò l'unico che non sa parlare un dialetto. Mi vedo già discriminato quando andrò in posta a ritirare la pensione (per fortuna c'è ancora qualche anno), quando andrò a chiedere il rinnovo della carta di identità (per fortuna ogni dieci anni), quando andrò in ospedale (invecchiando è più probabile) per farmi curare o quando sarò in spiaggia a Rimini o quando, a New York, incontrerò altri turisti italiani nella 5^ avenue.

O sarò discriminato o non mi capiranno: insomma sarà un dramma.

Così, in attesa di frequentare i corsi di recupero che verranno certamente previsti quanto prima, ho comperato le dispense di "Unnè miha troppo thardi", di "Nol selo mica tardi, ciò" (con varianti trentina e friulana) e, infine, "L'è minga tard, pirla".

Sìssìssì, avrò un bel daffare nei prossimi anni.


Postato da: varcaLaSoglia a 10:42 | link | commenti (7)
cazzeggiando, vagabondando

sabato, 04 luglio 2009
Non usare il navigatore, potresti non perderti.

Per vari motivi in questi ultimi due-tre mesi sono andato diverse volte a Vigevano; il navigatore mi consiglia la stessa strada ogni volta (e come potrebbe cambiare?? è stato - brrr - programmato). Questa mattina, però, io vorrei cambiare strada: ho un bel ricordo dell'oltrepo' pavese, delle campagne e delle lievi colline, del Ticino e dei colori dei campi. Vorrei fare una strada che non passi, come al solito, per la periferia sud di Milano, con quei capannoni, quegli ipermercati, centri occasione, mega-self-service di una bruttezza unica. E così, alla prima rotonda prendo l'iniziativa e giro a destra; il cartello indica "Abbazia di Morimondo". Be', mi dico, anche se mi perdo, ho comunque il navigatore che ritroverà la strada. Vago un pochino per queste strade che attraversano campi deserti, incrocio pochissime auto, un camion, poche biciclette (ma solo a Milano ci sono ciclisti in quantità industriale??), qualche cascinale, alcuni dei quali con un bella linea classica, un paesino, chiese, campanili. Poi il navigatore mi suggerisce sottovoce "alla prossima gira a sinistra". Distratto dai colori della campagna e dal tono suadente, seguo l'indicazione (in fondo, dovrebbe portarmi verso casa comunque, no?) Atttraverso altre campagne, strade ecc e mi trovo a un semaforo. Lo guardo con la inquietante sensazione di essere in un posto ben noto, mi giro e controllo intorno a me e... sì, è l'incrocio successivo a quello in cui ho sgamato fuori dalla rotta precedente. La mia gita per i campi dell'oltrepo' pavese è già terminata dopo neanche venti minuti. E' proprio vero quello che recita il detto: quando viaggi, non portarti la carta geografica, potresti correre il rischio di non perderti. be', vale anche per il navigatore satellitare. Purtroppo.


Postato da: varcaLaSoglia a 13:19 | link | commenti (12)
cazzeggiando, vagabondando

venerdì, 15 maggio 2009
L'occasione nella vita.

“Nella TUA vita, quando mai si ripresenterà un’occasione così?”
Alla fine l’ho convinta proprio con queste parole. Lei nicchiava da due giorni.  
“Non mi sento pronta.” Diceva.
Al che io tornavo alla carica: “Maddai!! Che cosa ci vuole. Non l’abbiamo già fatto? E poi tu hai più esperienza di me: che cosa temi?”
“Che cosa dirà la gente?” obietta ora. Ma la sua resistenza è sempre più debole.
Mi viene l’ispirazione e, a quanto pare, faccio centro.
“Pensi che nella vita ci si ripresenterà ancora un’occasione come questa?” E rincaro la dose con la frase citata in apertura.
Mi guarda con occhio lievemente offuscato. Eh, sì, lo voleva anche lei, eccome se lo voleva. Ma aveva paura. Paura del giudizio della gente. Un po’ di tremarella l’avevo anch’io, a essere sinceri, ma ormai l’avevo vinta.
“E lui?” dice, facendo un cenno con il mento.
Alzo le spalle in silenzio.
Così lei sospira, si alza dal banco e si avvicina al prete, il quale – finita la messa - si sta togliendo i paramenti. Parlottano un po’; la voce di lui, con forte accento marchigiano, si alza un po’ sopra il bisbiglio che riempie la chiesetta:
“Basta che non mi facciate cadere le pietre. – dice ridendo – altrimenti sa’ le belle arti che cosa mi fanno!”
La cosa è fatta. Ci guardiamo intorno, cercando il posto migliore: là no, perché c’è la cupola, là siamo troppo fuori centro; ecco, quà, quà va bene. Tutt’intorno è pieno di gente: fedeli che hanno appena assistito alla messa, turisti che hanno approfittato del portone aperto per entrare a visitare questo edificio unico, risalente al 1050 d.C.
Attendiamo in silenzio che la maggior parte di loro esca. Ci mettiamo nella navata di sinistra, e cantiamo: “Imperayritz de la ciutat joyosa”, un canto a due voci di pellegrini; risale al XIII secolo.
E d’improvviso la chiesa si anima: si anima l’aria, si anima la luce, si animano le pietre e ci rimandano un suono di millenni, eco di una musica che da tanti, troppi secoli manca da quel luogo.  La mia voce imperfetta (canto da neanche un anno) vibra dolce e morbida nell’aria grazie all’opera di architetti di mille anni fa. La voce della mia partner, già forte di suo, acquista una rotondità e una pienezza inusuali.
Abbiamo gli occhi pieni di lacrime, non riesco a distinguere le persone che, incuriosite, si avvicinano a noi e ci guardano con curiosità.
Abbiamo cantato alle pietre e le pietre hanno cantato con noi. Anch’io, davvero, non so quando mi capiterà di nuovo un’occasione simile.
Torniamo all’albergo in silenzio: ogni parola sarebbe inadeguata.
 
Per la cronaca, era un sabato mattina di fine aprile, durante il Congresso di Psicosintesi. La chiesa era la piccola chiesetta di S. Maria di Portonovo.


Postato da: varcaLaSoglia a 11:36 | link | commenti (6)
vagabondando, musica e musica

martedì, 12 maggio 2009
La carta e il bisogno.

Lo so che parlare male dei ciclisti oggigiorno è andare in controtendenza. Sono ecologici, sono variopinti, non inquinano, non sporcano. Però, ragazzi, come rompono le palle!!! (i miei 4 lettori – lo so per certo – comprendono il francese).
Hanno tutti... preciso meglio: per “tutti” intendo solo tutti quelli che ho incontrato io fino ad ora nella mia vita di pedone, di ciclista e di automobilista. Sembrano girare tutti, dicevo, (“tutti” con quella limitazione di cui sopra) come se per strada e sul marciapiede non ci fosse nessun altro a giro.
Stamattina, però, mi è capitato il massimo: sono al semaforo, viene il verde e mi metto in moto (a passo d'uomo) per girare a destra; io provengo da una strada a senso unico, posso girare a destra o sinistra, non possoandare diritto; , i pedoni hanno il rosso (tutti; il verde pedonale a quel semaforo è in un ciclo apposta). Ratta ratta una ciclista viene dalla direzione opposta, balza sulle righe pedonali (i pedoni, in questo momento, hanno il rosso, ricordate?), mi guarda negli occhi e indifferente, sfiorando il paraurti dell'auto, mi taglia la strada e si infila velocemente sull’altro marciapiede.
Lo spavento è stato tale che, se i vetri fossero stati abbassati in quel momento, l’avrei fatta cadere a terra con la sola forza la mia voce.
Ora, non so come la signora si chiami né di dove sia, né tanto meno dove fosse diretta. Forse è pure made di famiglia di simpatici pargoletti. Quindi non le posso augurare un milanese "cupet" o un romanesco "ma va a mori' ammazzata". Però... però so per certo che: 
Ø     È stata colta immantinente da un fortissimo attacco di dissenteria,
Ø     Ha dovuto riparare nel primo bar che ha incontrato,
Ø     I gabinetti del bar di cui sopra oggi non erano stati ancora puliti,
Ø     L’attacco di dissenteria dura tuttora, con imbarazzanti ripercussioni sulla sua vita lavorativa,
Ø     I colleghi, questa mattina, hanno cominciato a fare pesanti e spiacevoli illazioni sul suo regime alimentare,
Ø     Poco fa, mentre era seduta in bagno per l’ennesima volta, si è accorta che è finita la carta igienica.
 
Per il resto, io sono tranquillo, tranquillissimo. Non le serbo neanche un filo di rancore, ci mancherebbe!!


Postato da: varcaLaSoglia a 15:11 | link | commenti (4)
cazzeggiando, vagabondando

domenica, 03 maggio 2009

Oggi sono stato a un battesimo con festa annessa. Il che significa: prima in chiesa e poi al ristorante.
Le battezzate sono due gemelline di un anno. Nell’aria volavano discorsi in inglese e in italiano, perché madre e padre sono rispettivamente inglese e italiano. Ho conosciuto lo zio Cyril, che ha fatto il guardiacaccia per una vita e ora è in pensione. Lo zio Cyril ha fatto il filo garbato alla moglie (sua coetanea o poco meno) del generale (italiano) e le ha chiesto se il marito fosse geloso.
“Vuole ballare con me? – le ha chiesto con un inchino e poi, indicando con il mento il generale - Mi sparerà?”  E le ha strizzato l’occhio.
“Certo! - ha risposto lei – È gelosissimo.”
“Ma va, nonna. – si è intromessa una ragazzina molto pratica e spoetizzante – Che cosa vuoi che gli interessi al nonno!!”
“Ma come?!” ha obiettato la corteggiata.
Nell’aria risuonavano i pianti delle gemelline, sballottate tra i nonni, i numerosi amici e i pochi altri parenti. Un uomo si muoveva con difficoltà tra gli ospiti, passando di tavolo in tavolo; zoppicava un po’ e si aiutava con il bastone. È il padre delle gemelline. Sono nate un anno fa; un mese dopo lui è stato ricoverato per leucemia. Poi ha avuto complicazioni e sembrava che sarebbe rimasto paraplegico. Si disperava soprattutto per i figli e la moglie: “Come posso chiedere a mia moglie di badare anche a me oltre che ai figli?”
Un anno fa parlava di togliersi la vita. Un anno fa pensava che la sua vita non sarebbe più stata la stessa. Forse lo pensa ancora, ma nel frattempo ha fatto la riabilitazione, ha ripreso a camminare e porta a spasso le sue bambine e il figlio (5-6 anni). Quando è seduto le prende perfino in braccio. Sono convinto che fra pochi mesi riuscirà anche a portarle in giro tenendole in braccio.
È stata proprio una bellissima giornata.
Al momento di salutarlo gli ho teso la mano e gli ho detto:
“È stato un anno intenso, eh?”
“Già, direi proprio di sì.” E ha sorriso.
“E forse hai scoperto di avere dentro di te risorse che neppure immaginavi di avere.”
Mi ha guardato in silenzio annuendo.


Postato da: varcaLaSoglia a 23:12 | link | commenti (6)
vagabondando

martedì, 03 marzo 2009
Il caso e il peana.

Luglio 1979. Siamo in uno dei bar davanti all’Arena di Verona.
A un tavolo sono seduti alcuni dipendenti di una famosa multinazionale dell’informatica. Chiamiamola HAL, per comodità di finzione. Ci sono i direttori della Funzione Sistemi Informativi delle consorelle europee di HAL. Sono reduci da un convegno di una settimana in una località turistica sul lago di Garda. Il convegno è terminato la mattina stessa.
L’ospite – il direttore Sistemi Informativi della filiale italiana di HAL – non ha trascurato nulla per garantire la piena riuscita del convegno: si è portato un paio di “scugnizzi” (giovani ma bravissimi dal punto di vista tecnico) per garantirsi dai problemi tecnici nelle dimostrazioni; di più: ha sguinzagliato un collaboratore per un mese negli alberghi e ristoranti della zona per assicurarsi di scegliere il meglio e di non avere difficoltà dell’ultimo minuto nella logistica. Infine, invece del solito party di addio, ha deciso di portare tutti quanti ad assistere alla prima della stagione dell’arena di Verona: Turandot.
 
I due giovani scugnizzi, che stavano già per fare le valige e tornare a casa, sono stati invitati anche loro all’Arena: è il ringraziamento tangibile del direttore soddisfatto.  
Facciamo un po’ di zoom e focalizziamoci su uno di loro, su quello che non ha ancora 28 anni. Non sa se essere contento o meno di vedere Turandot. A lui piace la musica, certo, ma solo se è antica o moderna: in altre parole, da un lato rinascimentale o barocca,  dall’altro dodecafonica o – quanto meno -  atonale.
A lui, poi, la lirica non piace per niente. E Puccini ancora meno. A dire il vero non ha mai ascoltato niente di Puccini, ma lui “lo sa”, sa che Puccini non gli piace.  Insomma, è lì al bar con cotanti personaggi e immerso in pensieri contrastanti.
 
Un brusio si spande per la piazza. Avanza rapido un corteo di una decina di persone. In mezzo a loro un uomo anziano, in un elegante vestito di bianco. La pipa in bocca.
“He is our President, just elected.  – esclama l’ospite – He is a socialist, but is a very good person.” L’ammirazione nella voce risalta evidente.
 
Si alzano e prendono posto sulla scalinate. E qui la folgorazione: una musica come il nostro giovane “scugnizzo” mai si sarebbe aspettata. “Ma... ma... ma è musica moderna, contemporanea. Come può essere?? Puccini era così??”
Il nostro giovane amico esce da quella rappresentazione trasformato. Puccini non mi piace – continua a dire. Ma ora aggiunge: ad eccezione di Turandot.
 
Passano gli anni. Siamo forse nel 1995-1996. Il giovane scugnizzo è molto meno giovane. Ha una figlia dodicenne fanatica – ma doveva toccare proprio a lui? – fanatica dell’opera lirica. La ragazzina, che sa come ottenere tutto ciò che vuole dal padre, lo convince a portarla alla Scala a vedere Tosca. “Ma lo sai che Puccini non mi piace! Tranne Turandot.”
Si spengono le luci, si alza il sipario, attacca la musica. Non male. Poi arriva “Recondita armonia di colori diversi” ed è una seconda folgorazione. Il peana del nostro maturo amico, da quel momento,diventa: Non mi piace Puccini, ad eccezione di Turandot e Tosca.
Passano gli anni. Forse è il 1998. E’ la volta di Manon Lescaut... ”Ma lo sai che a me Puccini non piace. A eccezione, di Turandot e Tosca.” La giovane figlia quindicenne lo guarda e ride. E poi lo trascina a vedere Manon Lescaut. I due ci tornano per una settimana di fila tutte le sere. Un po’ matti lo sono. Da quel momento la filastrocca diventa: “Non mi piace Puccini. A eccezione...” fate voi.
 
Ebbene sì, ieri sera ho guardato anch’io la miniserie su Puccini.


Postato da: varcaLaSoglia a 10:22 | link | commenti (11)
cazzeggiando, figli, musica e musica

lunedì, 02 marzo 2009
Quando la tecnologia ci fa risparmiare

Questa mattina salgo in auto, accendo il motore e attendo i soliti bip (allaccia la cintura di sicurezza!), bip (la temperatura è sotto i 3°), bip (devi fare la revisione dell’auto tra 1000 km). Contemplo incantato  le circa 5000 spie di segnalazione sul quadro che si spengono in buon ordine una dopo l’altra, ad eccezione delle solite due o tre (che invece segnalano che tutto va bene).
 
Sorpresa! Questa mattina resta accesa una spia diversa dal solito. La osservo cercando di capire che cosa significhi l’icona: mistero. Da buon (ex-) informatico spengo e riaccendo il motore, sperando che la lucetta scompaia: niente. Mi rassegno e cerco il manuale di istruzioni. Dove sarà? Una perquisizione accurata nel cassetto porta-oggetti non dà alcun frutto. Una altrettanto completa perquisizione del baule non migliora la situazione. Mi balocco per un po’ con l’idea che i signori della *M* (maschero la marca per evitare pubblicità occulta) siano così convinti che questa auto non si guasti da non aver neppure previsto un manuale di istruzioni. Torno alla realtà e cerco meglio. Finalmente il manuale spunta dalla tasca portaoggetti della portiera anteriore destra: decido di non indagare sul motivo per cui mai possa essere finito lì e lo compulso con una certa impazienza (ormai sono dieci minuti che sono lì). Trovo l’indice (spie di segnalazione), vado alla pagina, leggo  e scopro che quella lucetta accesa mi indica che uno dei fari dell’auto non funziona. Non mi dice quale, mi dice solo che una delle... ecc.  
Tra me e me benedico la lungimiranza di quell’ingegnere che ha avuto questa idea geniale: una lampadina per informare il conducente che, da qualche parte, un’altra lampadina si è guastata. Mi pare proprio un’idea geniale.
Parto tutto contento, convinto ormai che viviamo nel migliore dei mondi possibili.


Postato da: varcaLaSoglia a 13:35 | link | commenti (6)
cazzeggiando, vagabondando

domenica, 15 febbraio 2009
Ho visto cose che voi umani…

Negli ultimi dieci giorni mi sono successe alcune cosette di cui vorrei parlare.
 
Ecco la prima.
Tram affollato. Mezzogiorno. Un uomo avanza faticosamente verso il centro del tram, fendendo la calca. Seduti ci sono due amici palestinesi, arabi; stanno parlando. Uno dei due guarda l’uomo, gli sorride, si alza e gli offre il posto: “Prego, siediti.”
La mia prima reazione è stata: “Ehi, non sono mica così vecchio!!” (era la voce del mio ego ferito!) Poi ho sorriso anch’io e ho accettato volentieri. “Grazie.” E mi sono sentito bene come chi riceve e accetta un regalo inaspettato.
 
La seconda.
Sera. Fermata del tram di via Torino, angolo piazza Duomo.
Un uomo sta concionando, con voce severa, da giudice senza appello.
“Perché dovete vergognarvi di quello che hanno fatto. Hai capito?” Cerco con lo sguardo il destinatario di questa severa rampogna.  “Perché la sera io vado in giro, eh, e se vedo gente che si comporta… mi hai capito? Io non sto con le mani in mano. Perché viu siete così… evnite qui e… e poi.. ”
Ora sono un po’ più preoccupato: che cosa sarà mai successo?? Guardo meglio e scopro che il destinatario di questa concione è un arabo (marocchino, tunisino? Non saprei) di mezza età, potrà avere i miei anni.
“Ma che cosa dice?? – intervengo io – ma che cosa sta dicendo??”
Una signora mi si avvicina e mi sussurra: “Stia zitto, stia calmo. È un ubriaco.”
Mah, sarà. Mi avvicino per capire meglio ma la signora mi ha ormai arpionato e giù con quello che pensa dell’immigrazione, dei nostri governanti, degli immigrati.
A un certo punto il marocchino non ce la fa più e ribatte, con voce calma, allo sproloquio:
“Ma quale straniero, io sono qui da trent’anni!!”
“E che cosa fai qui, eh??”
“Che cosa faccio?” e apre il cappotto mostrando gli abiti da lavoro: “Il muratore. Faccio il muratore.”
Intanto un signore – di mezza età anche lui, capelli bianchi, loden blu, aspetto mite – si avvicina al marocchino; ha il giornale in mano, continua a leggerlo. Appena l’ubriaco riapre bocca, l’omino dall’aspetto mite lo guarda fisso e calmo gli mormora qualcosa sottovoce. Non sento le parole, ma deve essere comunque molto convincente, perché l’altro resta con la bocca aperta.
Arriva il tram.
Mi faccio largo e mi avvicino al marocchino: “Non se la prenda, non la pensano mica tutti come quel signore.” Gli dico stringendogli la mano. Non sono l’unico, altri fanno come me.
“Lo so, lo so.”
 
Terza.
Venerdì, Ora di pranzo. Accademia di Brera.
Sono stato a vedere la mostra di Caravaggio. Sto uscendo ancora ubriaco di bellezza, mi godo lo scalone, la giornata quasi primaverile, il silenzio. Un momento! Che c’è a lato del portone?
Mi stropiccio gli occhi (licenza poetica), guardo meglio: no, no, è proprio così. Una ventina di ragazzi (elementari o medie) seduti per terra. Ciascuno ha davanti a sé quella che da lontano mi sembra una mappa, poi carta penne matite astucci. In un silenzio da chiesa ascoltano la professoressa che sta illustrando la struttura del cortile e del palazzo. Mi fermo proprio sfacciatamente a guardarli, mentre il cuore mi si riempie di gioia. Finché ci sono insegnanti che riescono ad appassionare in questo modo i loro alunni all'arte, qualche speranza per il nostro povero Paese c’è ancora.
Esco e il giorno – chissà perché ? -  mi sembra più luminoso.


Postato da: varcaLaSoglia a 17:19 | link | commenti (5)
figli, vagabondando

martedì, 20 gennaio 2009
Quando è troppo, è troppo!

Ieri sera ero molto preoccupato. Sì, sì. Dico davvero. Sìssìssì: preoccupatissimo.
Guardavo fuori dalla finestra e controllavo. Mi sono svegliato a metà notte e – già che ero sveglio – ho controllato anche allora.
Poi stamattina ho ricontrollato. Pericolo scampato: non ha nevicato, ha solo piovuto.
Per fortuna. Perché avrei anche sopportato di impiegare tre ore per andare a lavorare, avrei anche sopportato il freddo e l’umido, avrei anche sopportato di spalare la salita dei box, avrei anche sopportato il sindaco di Milano che dice che non ci sono stati disagi, che è andato tutto bene e che nessuno si è lamentato, ma i milanesi che si lamentano alla fermata del tram quelli no che non li avrei sopportati.
Non due volte in meno di venti giorni. Echeccaxxo.


Postato da: varcaLaSoglia a 09:57 | link | commenti (3)
cazzeggiando, vagabondando

martedì, 06 gennaio 2009
La vita inconcepibile.

Isola dove tutto si chiarisce.
Qui ci si può fondare su prove.

L'unica strada è quella d'accesso.
Gli arbusti si piegano sotto le risposte.
Qui cresce l'albero della Giusta Ipotesi
Con rami da sempre districati.

Di abbagliante linearità è l'albero del Senno
presso la fonte detta Ah Dunque E' Così.

Più ti addentri nel bosco, più si allarga
la Valle dell'Evidenza.
Se sorge un dubbio, il vento lo disperde.

L'Eco prende la parola senza farsi chiamare
e chiarisce volenterosa i misteri dei mondi.

A destra una grotta in cui giace il Senso.
A sinistra il lago della Profonda Convinzione.
Dal fondo si stacca la Verità e viene lieve a galla.

Domina sulla valle la Certezza Incrollabile.
Dalla sua cima si spazia sull'Essenza delle Cose.

Malgrado le sue attrattive l'isola è deserta,
e le tenui orme visibili sulle rive
sono tutte dirette verso il mare.

Come se da qui si andasse solo via,
immergendosi irrevocabilmente nell'abisso.

Nella vita inconcepibile.

 

("Utopia" di Wislawa Szymborska; )

 


Postato da: varcaLaSoglia a 11:21 | link | commenti (3)
citazioni

In questi giorni sto ascoltando:

G. Dufay, Musica profana;

G. De Machaut, Motetti;

Bassano, Viva L'amore;

J. Arcadelt, Il bianco e dolce cigno; e suono:

T. Morley, Canzonette a due voci;

Ascoltami suonare

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